Erano cinque giorni che non mangiava.
Stava nel vicolo, appoggiato al muro, troppo affamato e stanco per
fare qualsiasi altra cosa. Era ancora molto piccolo e i suoi genitori
l'avevano lasciato.
Non l'avevano abbandonato, erano morti, durante le esplosioni che
avevano crivellato la città, riuscendo a radere a zero quel
piccolo centro di quella cittadina della nuova Zelanda, ora territorio
della Federazione cinese, in continuo contrasto con Britannia.
Delle mosche ogni tanto gli si posavano sul corpo emaciato.
Sentiva quelle zampette camminargli sulla pelle liscia e detestava
quella sensazione su di sè, ma non aveva neppure la forza di
scacciarle.
Distrutto nel corpo e distrutto nell'anima aveva cercato di rimuovere
i ricordi, troppo dolorosi dei suoi genitori e della vita che facevano
a Sidney, prima che persino quella città venisse assaltata
dall'esercito di Britannia e costringendoli alla fuga.
Era stanco, non sapeva che fare, aveva provato a chiedere la carità,
ma la gente non aveva occhi per lui. Tutti erano preoccupati per se
stessi, troppo preoccupati per pensare a lui.
Lì c'erano solo lui e il piccolo registratore del papà.
"Te lo affido, abbine cura." era stata una delle ultime
frasi che gli aveva rivolto.
Era arrivato al capolinea.
Stava per raggiungere la mamma e il papà, di cui ormai stentava
a ricordare i nomi, quando qualcosa gli passò accanto, era
una luce azzurra, o almeno gli era sembrata tale.
"Tu," disse una voce da quella luce filtrata dai suoi occhi
appannati "stai per morire, non hai un motivo per sopravvivere?"
In quel momento quella voce diventò la sagola di salvataggio
a cui aggrapparsi e fece un ultimo movimento cosciente, afferrando
qualcosa in quella luce azzurra appannata.
Al tatto era un lembo di vestito.
"Aah..." riuscì solo a mugolare rocamente.
Una mano gli afferrò il capo.
Il mondo svanì attorno a lui.
Si ritrovò sbalzato in un susseguirsi di visioni, mentre la
voce di donna che gli aveva appena rivolto la parola gli stava parlando
nuovamente, fredda, eppure per quel ragazzo la sua voce scaldava più
di tizzoni ardenti "Sembra che tu abbia una flebile ragione per
continuare a vivere." rimase in trance, aspettando che succedesse
qualcosa, mentre le immagini continuavano a susseguirsi a ritmo forsennato,
poi la sua coscienza si trovò in un luogo silenzioso con il
sole che faceva capolino tra due grandi dischi metallici "Ti
donerò il potere di sopravvivere, ma in camio dovrai esaudire
il mio solo desiderio." delle luci lo agguantarono e sentì
qualcosa di nuovo... non sapeva come ma ora ce l'aveva... la consapevolezza
di averlo...
Si riprese di fronte alla donna che lo stava ancora fissando, dopo
avergli lasciato il capo. Ora i suoi occhi riuscivano a vederla.
Avevaun abito che riconobbe come una veste lunga cinese di un blu
scuro tendente quasi al viola, i suoi capelli erano lunghi e dello
stesso colore dell'erba che cresce nelle praterie della Nuova Zelanda.
"Chi...?" riuscì solo a dire, affamato.
"Il mio nome è C.C." disse la donna, facendolo sorridere.
'Che nome strano per una donna.' pensò, mentre la vide ficcare
una mano in uno zaino. "Prendi." gli porse un tozzo di pane
fresco.
Il bimbo ci si gettò come un leone sulla preda sventrata ancora
calda, portata dalle sue leonesse.
Stava quasi per strozzarsi quando la donna tirò fuori una bottiglia
d'acqua mezza piena. La portò istintivamente alle labbra, strappandola
quasi dalle mani della donna e dopo aver svitato rapidamente il tappo,
ne bevve con avidità.
Continuò ad alternare le due cose fino a che entrambe non furono
completamente esaurite e la sua pancia finalmente era abbastanza piena.
"Ti ringrazio C.C. io mi..."
#...è sicuramente troppo tardi per tornare a casa perché
a quest'ora...#
#...sono certa che andrà tutto bene. I soldi possiamo pure
ridarglieli, ma cosa dirò a papà se...#
#Oggi si scopa. E guarda un po' quelle gambe... non vedo l'ora di
entrarci dentro e...#
#Non vedo l'ora di gustare questa cenetta in quel rinomato ristorante
francese... magari se paga tutto lui potrei pure...#
#Ho paura... la gente mi fa paura... ho paura...#
"BASTA!" strillò improvvisamente prendendosi la
testa tra le mani, facendo indietreggiare di un passo C.C. "Falli
smettere!" implorò con gli occhi stretti e il viso serrato
in una smorfia di dolore.
"Che ti succede?" chiese lei preoccupata, osservandosi intorno,
sperando di non esser stata notata.
"Loro..." indicò la gente attorno che camminava per
la strada principale, accanto a quel vicoletto "Non la smettono
di parlare! Non li senti?"
#NON VOGLIo INVECCHIARE!#
"Basta!" cominciò a piangere ed aprì gli occhi.
A C.C. tutto fu più chiaro. Gli occhi erano aperti e i chiari
segni del Geass si potevano distinguere impressi sulle retine per
chi aveva il potere di poterle vedere.
Lo abbracciò d'istinto, senza che gli importasse davvero e
cominciò a mentire "Andrà tutto bene. Non preoccuparti.
Ora calmati."
Il bambino iniziò a respirare con più calma, stretto
nell'abbraccio quasi materno della ragazza "Lascia stare le voci
e pensa a me. Come ti chiami?" cercò di attirare la sua
attenzione, sperando che in questa maniera le 'voci' s'affievolissero,
e sembrò funzionare, dall'espressione più sollevata
del bimbo.
"Mao." disse lui, accarezzando i lunghi capelli verdi e
poi i suoi grigi.
"Ascoltami, Mao. Ti ho consegnato un potere. Probabilmente è
questo che ti fa sentire la voce della gente, ti fa leggere i suoi
pensieri. Se è la gente che ti causa tanti fastidi, possiamo
recarci in un luogo isolato. Dove saremo soli tu e io." disse
con un falso sorriso.
"Sì." disse il piccolo sorridendo.
La strega aveva appena trovato una nuova pedina da utilizzare per
la sua autosoddisfazione.
Ma non fu così.
Man mano che la vita assieme proseguiva, la strega dai capelli verdi
iniziava ad affezionarsi al piccolo profugo, e anche lui ormai la
considerava un misto tra una sorella, una mamma e una fidanzata.
Non riusciva a staccarsi da lei neppure per un attimo, con una morbosità
tipica solo dei bambini molto piccoli per la propria madre.
Il piccolo s'era ripreso e aveva cominciato ad allenare il suo potere,
poteva decidere di sentire o meno le voci, poteva decidere di concentrarsi
su una sola persona o meno.
Cominciò nella sua innocenza a sfruttare i pensieri altrui
a proprio vantaggio, mentendo al panettiere dicendo d'essere figlio
d'un caro amico e prendendo pane gratis e facendosi offrire un gelato
da una signora spacciandosi per un compagno di scuola del figlio.
L'unica voce che non riusciva a sentire era quella del cuore di C.C.
ed era l'unica che in realtà avrebbe voluto sentire.
Ma per quello aveva ovviato.
Col registratore di suo padre, ormai una figura lontana e dimenticata,
registrò la voce della ragazza e ogni tanto la sentiva durante
la notte nelle sue cuffiette, quando s'addormentavano abbracciati.
Un giorno stava vagolando assieme a C.C. per la città, osservando
la gente.
Da quando aveva quel potere sapeva quanto quelle persone fossero cupide,
egoiste e orribili, eranto anti mostri dalla forma umana. Desideravano
quello che non potevano avere e nonostante sapessero di non poter
raggiungere una certa posizione invidiavano a morte chi l'aveva ottenuta.
Invidia, odio, antipatia, menzogne, desideri di cupidigia e continua
voglia di possedere, avere ottenere.
Era terrorizzato da quel male che riusciva a leggere nei cuori degli
uomini e forse, lentamente se ne sentiva intaccato, contaminato, insozzato,
un fazzoletto di pizzo lordo della fuliggine più oscura.
Quando, passarono di fronte a un meraviglioso negozio di dolci, il
piccolo decise di prendere qualche fetta di quelle meravigliose torte.
"Signorina, senti." le sorrise con quell'aria da moccioso
ribelle e sfacciato che aveva di solito, un ragazzino cresciuto allo
stato brado, privo di ogni freno inibitorio o educazione.
La giovane al bancone lo osservò fissandolo per bene.
I vestiti un po' sporchi e rattoppati, l'aspetto trasandato, subito
lo inquadrò, un piccolo senzatetto che andava a chiedere la
carità.
"No, non sono un senzatetto. Ho una casa fuori città."
le sorrise, mentre nei suoi occhi si materializzava quella rondine
luminosa evocata dal potere del geass "Non pensare brutte cose
sul mio conto!" fece con un tono un po' irritato "Comunque,
mi può dare qualche pezzo di torta? Quelle vanno bene."
disse indicando con il ditino un po' sporco il vetro, lasciandoci
su un'impronta scura, ben visibile.
"Piccolo, i soldi ce li hai?" gli domandò #Tanto
so che non ha un soldo questo moccioso e magari si metterà
pure a farmi gli occhi dolci per intenerirmi. Vorrei che glieli andasse
a fare al capo Chun.#
"Se qui ci fosse lo zietto Chun me le darebbe, lui e io siamo
buoni amici." proruppe il piccolino.
#Questo piccolo pezzente vuole proprio prendermi per il culo.# era
la voce del cuore della ragazza che prorompeva oltre quel suo falso
sorriso che rivolgeva di continuo alla clientela "Quando arriverà
ti darà tutti i dolci che vuoi."
"Spero che non ti licenzi, per non avermi dato quello che volevo."
la punzecchiò il piccolo, facendo per andarsene quando venne
richiamato indietro dalla ragazza.
"Aspetta. Va bene. Prendi, ma non dire niente al tuo sietto,
va bene?" gli fece, dopo avergli porto il pacchetto di cartone.
"Grazie signorina Tienzen, mio zio ha grande considerazione di
te." stava per andarsene quando sentì qualcos'altro.
#Piccolo stronzetto opportunista. Se potessi gli piscerei in testa
a quel bastardo di tuo zio e tu sei una iena come lui.# si voltò
fissandola con stupore.
Era certo d'aver smesso d'usare il Geass, eppure sentiva ancora la
voce di quella ragazza, nonostante non muovesse le labbra.
Gli fece un cenno di saluto mentre era ancora voltato, sulla soglia
#Mangiatela quella torta e strafocati, piccolo verme. Spero che tu
muoia. MUORI! MUORI! MUORI!# spaventato corse incontro a C.C. che
lo prese tra le braccia, vedendolo piangere.
"Cosa t'è successo?" gli domandò.
"NOn lo so C.C., sento le voci. Le sento sempre, non riesco a
farli stare zitti." la ragazza fissò negli occhi il piccolo
Mao notando che il Geass era attivo.
"Chiudi gli occhi e cerca di disattivare il geass." il piccolo
ci provò, ci provò con ogni mezzo, ma piu' cercava di
calmarsi e far affievolire il potere del geass, più i pensieri
degli esseri umani lo penetravano, gli si insinavano nella mente e
nella bocca Finché non collassò svenuto.
"C.C.?" si svegliò.
Si trovava nella loro casetta, sul letto fatto con paglia e un vecchio
materasso che erano riusciti a mettere assieme.
Era ancora giorno, ma sembrava che a breve il sole sarebbe tramontato.
"C.C., dove sei? DOVE SEI C.C.?" strillò, alzandosi
in piedi e girovagando per i campi, finché non la vide. Era
seduta sulla sponda del fiume che scorreva vicino alla foresta, seduta
in contemplazione dello scorrere delle acque. Sembrava un salice,
con i capelli che toccavano a mala pena il pelo dell'acqua e il viso
freddo con la quale avrebbe potuto fissare il suo scorrere all'infinito,
senza invecchiare, senza dare segni di cedimento.
"C.C.?" la chiamò, scendendo verso la sponda.
"Mao, guarda." indicò l'acqua e lui subito cercò
qualcosa nel fiume, qualcosa che probabilmente era caduto a C.C. e
stava cercando. Fissò il greto del fiume con tutto se stesso
quando alla fine comprese.
Non era il fondo che C.C. gli stava chiedendo di scandagliare con
lo sguardo, bensì la propria immagine riflessa sulle acque
in continuo mutamento.
Il suo viso era sempre lo stesso.
I suoi occhi no.
Vide nelle sue pupille delle luminescenze.
Era il Geass.
"Le acque del fiume che scorre non si possono fermare..."
disse mesta C.C., osservando il ragazzo che finalmente intuiva la
gravità del suo problema.
Gli era capitato qualcosa ed ora non riusciva più ad arrestare
il flusso del suo potere.
"...ma si può controllare." concluse.
"Ti aiuterò a controllare il tuo potere." gli tese
la mano e lui la strinse forte, piangendo e singhiozzando come un
bambino. Daltronde era un bambino.
Passarono i giorni e gli allenamenti si susseguivano.
Attraverso la concentrazione Mao poteva tener fuori le voci di tutte
le persone nei dintorni, conservandone una soltanto, aveva compreso
l'estensione dei suoi poteri e la loro efficacia.
#Solo grazie a C.C.# pensava sempre #Sempre grazie a C.C.#
Dopo tanto studio del suo potere, arrivò il giorno del diploma.
"Sei stato bravo Mao." disse C.C., riservandogli un bacio
sulla fronte.
Era al settimo cielo.
Sentiva che quella gioia sarebbe durata per sempre.
Fino al giorno in cui la disperazione lo fece ammattire.
Lui era sdraiato sul solito materasso, ma C.C. non c'era.
Ne' al fiume ne' alla foresta e nemmeno in città, nonostante
odiasse ormai entrarci a causa di tutta la gente che vi abita e tutti
i pensieri che catturava senza neppure volerlo.
Chiese in giro mostrando un ritratto che le aveva fatto, ma sembrava
che nessuno conoscesse quella ragazza.
Allora prese la sua decisione.
Avrebbe continuato a girare per il mondo alla sua ricerca, finché
non l'avesse trovata e riportata a casa.
Solo allora si sarebbe dato pace.
"Mao? Sei stato bravo, Mao. Ti ringrazio, Mao." quelle frasi
che venivano ripetute di continuo all'interno delle cufffie del suo
registratore, erano la sua unica compagnia durante il lungo viaggio
protratto nello spazio e nel tempo.
La sua unica compagnia e la sua unica speranza.
Altro non gli serviva.
Fine.
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